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Roma - L’avvocato Stefano Maccioni, che il
primo aprile scorso è riuscito a far
riaprire l’inchiesta sulla morte di Pier
Paolo Pasolini, insiste “quello che abbiamo
richiesto agli investigatori può essere
riassunto in due punti : analizzare
compiutamente quanto contenuto nelle
indagini svolte dal pubblico ministero
Vincenzo Calia in relazione alla morte di
Enrico Mattei, in particolare quanto emerso
con riferimento al manoscritto “Petrolio” di
Pier Paolo Pasolini e al libro “Questo è
Cefis” di Giorgio Steimetz; ovvero la tesi
secondo la quale lo scrittore ucciso sarebbe
venuto a conoscenza dei mandanti
dell’omicidio Mattei indicandoli nel proprio
romanzo “Petrolio”; ed accertare pertanto se
sussista un collegamento tra gli assassinii
di Mattei, De Mauro e Pasolini”. L’indagine
adesso nella mani del Procuratore capo
Giovanni Ferrara e del sostituto Diana De
Martino, è ripartita il primo aprile scorso,
su istanza di riapertura delle indagini
preliminari depositata il 27 marzo
dall’avvocato Stefano Maccioni e dalla
criminologa Simona Ruffini. Ma nel frattempo
ci sono state anche parole di autorevoli
politici, come Walter Veltroni che hanno
sostenuto, “Quello di Pasolini è un omicidio
politico”. L’avvocato Maccioni insiste, “è
necessario fugare quanto prima i dubbi
emersi a seguito delle varie dichiarazioni
rese da Pino Pelosi il 12 settembre dello
scorso anno e pubblicate nel libro “Profondo
Nero” e soprattutto dalle indagini svolte
dal pubblico ministero Vincenzo Calia in
merito alla morte di Enrico Mattei”. E poi
ci sarebbero delle ombre sulle indagini,
come dice la Ruffini che sostiene, “appare
quasi paradossale che prima di porre

definitivamente la parola fine su questa
inchiesta non si sia proceduto a svolgere i
necessari accertamenti tecnici scientifici
sui reperti custoditi presso il museo
criminologico di Roma, come peraltro
sostenuto anche dal comandante del Ris
dell’Arma dei Carabinieri colonnello Luciano
Garofano”. E aggiunge, “poi occorre
effettuare le necessarie indagini
scientifiche sui reperti conservati presso
il Museo Criminologico di Roma”. In effetti,
a sorpresa, il primo inaspettato colpo di
scena avvenne nel maggio 2005, quando nel
corso di un'intervista televisiva, Pino
Pelosi, rei confesso e condannato per
l’assassinio dello scrittore, ritrattò
tutto, affermando di non essere stato
l'autore del delitto di Pier Paolo |

Pasolini,
ma che l'omicidio sarebbe stato commesso da
altre tre persone. I nomi dei quali, fece in
un'intervista del 12 settembre 2008
pubblicata sul saggio d'inchiesta di
Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza "Profondo
Nero". Nell’intervista ha aggiunto anche di
avere nascosto questa verità per timore di
mettere a rischio l'incolumità della propria
famiglia.
Fino a quel momento l'omicidio di Pier Paolo
Pasolini, avvenuto la notte tra il primo e
il 2 novembre 1975 all’Idroscalo di ostia,
fu attribuito proprio a lui Pino Pelosi
detto “il rana”, di Guidonia, nei pressi di
Tivoli, di diciassette anni, uno di quei
ragazzi di vita di cui Pasolini scriveva nei
sui romanzi. Pelosi si dichiarò colpevole.
Pasolini venne ucciso in maniera brutale:
percosso a colpi di bastone e travolto dalla
sua stessa auto sulla spiaggia. Il cadavere
massacrato venne ritrovato da una donna alle
6 e 30 circa. Sarà l'amico Ninetto Davoli a
riconoscerlo. Pelosi incontrò lo scrittore
nelle vicinanze della stazione Termini, a
Roma. Pasolini lo aveva invitato a salire
sulla sua vettura, un'Alfa Romeo, per fare
un giro insieme. Dopo una cena offerta dallo
scrittore, in una trattoria nei pressi della
Basilica di San Paolo, i due si sarebbero
diretti alla periferia di Ostia. Pelosi
venne condannato in primo grado per omicidio
in concorso con ignoti e nel dicembre del
1976, con sentenza della Corte d'Appello,
venne confermata la condanna. Pelosi ha
mantenuto invariata la sua assunzione di
colpevolezza fino al maggio 2005. Adducendo
che il movente dell’omicidio erano state le
pretese sessuali di Pasolini alle quali era
riluttante, poi un alterco, fuori dalla
vettura. Lo scrittore avrebbe minacciato
Pelosi con un bastone del quale il giovane
si sarebbe poi impadronito per assassinare
Pasolini. Ma sembrò subito chiaro che il
racconto dell'imputato presentava evidenti
falle: il bastone di legno marcio non
sarebbe potuto risultare arma contundente.
Una colluttazione tra i due fu esclusa a
causa dell'assenza di ematomi e simili nel
corpo dell'omicida.
Il percorso processuale della vicenda fu
relativamente veloce. La sentenza di primo
grado è del 26 aprile 1976; quella d'appello
del 4 dicembre 1976; la Cassazione si
esprimerà in modo definitivo il 26 aprile
1979. In tutte queste sentenze la
responsabilità di Pelosi quale autore
materiale del delitto emerge chiara ed
inequivocabile, rigettando la linea della
legittima o sproporzionata difesa e
dimostrando che Pasolini non fu “mai” “ed in
nessuna misura aggressore", ma "aggredito".
Nella prima sentenza Pelosi fu condannato
per aver commesso l'omicidio "con il
concorso di ignoti". La corte d'Appello lo
riconobbe invece unico colpevole, accettando
la tesi del delitto sessuale, senza dare
adito alla tesi dell'omicidio politico. La
successiva sentenza della Cassazione è
irrilevante sotto questi aspetti, essendo
limitata alla valutazione di diritto e non
di merito. dI Lucia Iannò
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