Spettacoli


I Gialli

Caso Erba, "E' stato Olindo a tentare di uccidermi"

Garlasco, in Appello la Procura chiede trenta anni di carcere

La contessa Agusta : mistero irrisolto

Il massacro del Circeo : dubbi sul cadavere di Andrea Ghira

Caso Cogne - La difesa presenta un video choc e contesta i periti

Le indagini su Emanuela Orlandi e i segreti di Italia

Ritrovati i corpi dei fratellini scomparsi a Gravina di Puglia

Omicidio Fortugno: la verità dall'esame dei tabulati telefonici

 

Caso Erba, "E' stato Olindo a tentare di uccidermi"

Como - Mario Frigerio, il sopravvissuto alla strage, non ha dubbi, "E' stato Olindo a tentare di uccidermi". E per i coniugi Romano, non c'é più scampo. Nonostate le dichiarazioni spontanee di Olindo "i carabinieri mi hanno estorto le confessioni, ma adesso dico la verità, voglio recuperare la mai dignità". Nonostante le lacrime della moglie, distrutta dopo le dichiarazioni di Frigerio. Il medio legale, Giovanni Scola, aveva già ricostruito nell'aula del tribunale, la dinamica dell'omicidio di Erba. "E' stato più di un soggetto a colpire, l'undici dicembre 2006, le tre vittime, per prima Raffaella Castagna, poi la madre e infine il bambino considerato il meno pericoloso”. Per massacrarli furono usati un corpo contundente e due armi da taglio. Raffaella è stata raggiunta da diciotto colpi da arma da taglio con “intensità diversa”. La donna e la madre, Paola Galli, furono colpite al capo subendo lesioni devastanti e dopo furono sgozzate. Meno profonde, ad eccezione di quelle inferte alla gola, furono le ferite fatte dai due diversi coltelli. Raffaella non fu capace di difendersi, mentre ci provò  senza alcun risultato la madre. Scola ha raccontato anche come è stato massacrato il piccolo Youssef, affermando che “Il bambino morì dissanguato” tanto che durante l’autopsia non trovò sangue per l’esame ematico. La lama fu mossa all’interno della ferita per causare più danni possibili. Anche Youssef, come la nonna, provò a difendersi inutilmente, ma fu schiacciato sul divano, tanto che sul volto presentava segni di una mano che lo premeva. Il medico ha anche spiegato che Valeria Cherubini, la vicina di casa morì a causa del fumo dell’incendio appiccato da chi voleva distruggere i corpi ma anche lei, come gli altri fu colpita alla testa e raggiunta da svariate coltellate. Cercò di rifugiarsi nel suo appartamento al piano di sopra ma infine fu sgozzata, anche se sopravvisse qualche minuto in più degli altri. Suo marito, Mario Frigerio, fu trovato rantolante sul pianerottolo e per il medico del 118 che arrivò quella sera era “cosciente, anche se non riusciva a parlare”, infatti, a gesti gli fece capire che c’erano ancora tre persone in quell’inferno. Ma Olindo ritratta ancora e continua a professarsi innocente olindo romano, che ha deciso di rilasciare una sua dichiarazione spontanea. L'ex netturbino parla ancora di una confessione estorta dai carabinieri nell'interrogatorio dell'11 dicembre del 2006. poi aggiunge che in carcere lui e la moglie Rosa Bazzi sono trattati come bestie. di Carmen Spanò

Como – Colpo di scena nell'udienza preliminare a porte chiuse sulla strega di Erba- I coniugi Romano che avevano confessato i quattro omicidi dello scorso undici dicembre, ritrattano. Olindo Romano ha detto al Gup del tribunale di Como, "Sono innocente e sono preoccupato per la salute di mia moglie". Rosa Bazzi, che non si é presentata davanti al giudice, dal carcere ha ritrattato tutte le sue precedenti dihiarazioni. da Como, Giovanna Votano

Erba - I vicini di casa della famiglia Marzouk, avevano confessato di essere gli autori della strage delll’undici dicembre scorso. Hanno massacrato tre donne e un bimbo di appena due anni. I loro corpi sono poi stati dati alle fiamme. Senza lasciare un’impronta evidente, non una manata, neanche la suola di una scarpa impressa sulle chiazze rimaste sul pavimento. Sono stati traditi solo da un dettaglio. Avevano detto che le persiane della casa di Raffaella erano sempre aperte, invece lunedì sera erano chiuse. Da qui il sospetto, poi dimostratosi fondato, che qualcuno fosse entrato in casa prima di Raffaella e avesse chiuso mentre aspettava il suo rientro dal lavoro. Tutto in pochi minuti; come se l’assassino conoscesse le abitudini delle sue vittime. Allora gli investigatori si sono chiesti il perché della bugia dei vicini. I pompieri hanno trovato i corpi senza vita di Raffaella Castagna, 30 anni, del figlio Yousef, di due anni, della madre della donna Paola Galli, 60 anni e di una vicina di casa, Valeria Cherubini di 50 anni, accorsa insieme al marito Mario Frigerio, 60 anni, solo ferito ma in gravi condizioni.In paese, il giorno dopo il delitto, si commentava quel matrimonio misto tra la figlia del Carluccio, fondatore dell’impero dell’arredamento di lusso “Cast & Cast”, e di quel tunisino che era stato arrestato per spaccio di droga. Il giorno dopo si ragionava su un possibile regolamento dei conti. Il primo sospettato era stato proprio il marito di Raffaella, Azouz Marzouk, 25 anni. Una delle prime ipotesi della carabinieri è stata che l’uomo abbia ucciso la moglie, la suocera, il figlio e poi la vicina e ferire il marito di quest’ultima e infine appiccare il fuoco per depistare le indagini, dopo di che scappare. Però questa pista è subito svanita: l’uomo era nel suo paese natale, la Tunisia, al momento del delitto, come ha confermato il suocero. Un’altra ipotesi ventilata era stata una possibile vendetta mafiosa nei confronti di Azouz. L’uomo sarebbe responsabile di “uno sgarro” ad un clan di calabresi conosciuti in carcere dove  è stato imprigionato per tre anni, e da cui è uscito il 2 agosto scorso grazie all’indulto. A chi gli chiedeva se adesso ha paura, Azouz Marzouk ha risposto, a frasi spezzate: "Non ho paura di nessuno. Se uno ha qualcosa... come ho sentito da voi giornalisti che io ho un debito...che ce l'hanno con me... non lo so... io non ho paura di nessuno". E dopo aver confermato che lui e Raffaella avrebbero voluto dare un fratellino a Youssef, ha aggiunto che "non è vero" quanto è stato scritto sul fatto che i rapporti tra lui e sua moglie non fossero buoni. Infine un messaggio agli assassini della sua famiglia: "Se ce l'avete con me, sono in giro". La verità era molto più vicina. di Fatima El Afgani

 
 

Garlasco, dopo l'assoluzione in primo grado, la Procura chiede trenta anni di carcere

Milano - Trenta anni di carcere per omicidio, con l'aggravante della crudeltà, Alberto Stasi, imputato in appello per l'omicidio della sua fidanzata Chiara Poggi, uccisa il 13 agosto 2007 a Garlasco. Chiesti dal sostituto procuratore generale Laura Barbaini. In primo grado, Stasi era stato assolto. "Rimane fermo che non c'è il movente", è stato uno dei passaggi della requisitoria, durata quasi cinque ore. In aula, per l'udienza a porte chiuse, Alberto è tornato a sedere accanto alla famiglia di Chiara, che da tempo non crede più alla sua innocenza. Tra le novità emerse in aula, spunta un nuovo sms, in possesso della Procura e finora sconosciuto che Stasi avrebbe inviato ad un amico. quella dell'ora del delitto, che per la pg Laura Barbaini, a differenza di quanto sostenuto dai pm di Vigevano, va anticipata tra le 9.12 di quel 13 agosto. L'ora in cui fu disinserito l'allarme nella villetta dei Poggi a Garlasco e le 9.35, l'ora in cui Stasi accese il suo computer portatile. di Giovanna Votano

Garlasco - A due mesi dalla morte di Chiara Poggi, i Ris cercano di dare un nome e un volto all’assassino. L’unico indagato continua ad essere il fidanzato della vittima, Alberto Stasi. Il giorno della morte di Chiara, Fu Stasi a scoprire il corpo della ragazza. Quello che appare strano è che, dopo aver trovato la ragazza, Alberto ha fatto passare bens ei minuti prima di chiamare i soccorsi. Una prova di colpevolezza potrebbero essere le tracce di Dna ricavate dal sudore dell’assassino e ritrovate sul corpo e sul pigiama della ragazza. Per sapere se il Dna corrisponde a quello di Stasi bisognerà attendere l’esito degli esami dei Ris di Parma che dovrebbe arrivare presto. Non si è riusciti ancora a ricostruire la scena del delitto e poi manca il movente;  la ragazza non aveva nemici. In ogni caso, Alberto Stasi continua a dichiararsi. di Carmen Spanò

 

La contessa Agusta : mistero irrisolto

Portofino - La contessa Francesca Vacca Augusta è stata uccisa con un colpo di spranga in testa ? Assassinata? Suicidata? Il caso non è ancora chiuso dalla Procura di Chiavari. La morte misteriosa di una delle vip al centro di politica affari e mondanità. Il "giallo" della merla continua a gelare l'Italia dei misteri. La Contessa Agusta è stata uccisa, ma da chi e perché. Una delle donne più potenti, porta con sé i suoi segreti.

 

E' uno dei gialli che più ha affascinato l'Italia delle dive, forse degli intrighi e della mondanità. La contessa è stata trovata dopo giorni in mare. La cuoca della contessa Annetta Riccobaldi ha detto, nel 2002, "Altro che suicidio, altro che disgrazia. La contessa Francesca Vacca Agusta non si è tolta la vita". 

 

E allora chi può averla uccisa, la cuoca ha analizzato i tre personaggi che le stavano intorno : "Susanna Torretta, che a quanto ne so io aveva una relazione segreta con Maurizio Raggio e stava per essere sbattuta fuori di casa, era una spia: raccontava tutto a Raggio. Tirso, invece, qualche volta picchiava la contessa a sangue: era un violento.

 

Lui e Francesca avevano deciso di sposarsi di lì a poco in Messico, e la cosa non doveva essere suonata bene a Raggio, che sarebbe stato a quel punto definitivamente tagliato fuori dal gioco". Dunque un complotto? La cuoca aggiunge, "forse è l'idea di cui si può più convincere chi legge il libro. Ma non escludo neanche, però, che Tirso magari possa averla picchiata forte anche quella sera e che accortosi che Francesca aveva battuto la testa, abbia poi deciso di...". da Portofino, Giovanna Votano

 

 

 

Il massacro del Circeo : dubbi sul cadavere di Andrea Ghira

 

Melilla – Sarebbe stata ritrovata in questa piccola enclave spagnola in Marocco la tomba di Andrea Ghira, uno dei tre assassini del massacro del Circeo del 1975, sepolto sotto il falso nome di Massimiliano Testa.
Gli investigatori della Procura di Roma sono risaliti al corpo del latitante grazie ad un parente, sospettato di favoreggiamento, che avrebbe comunicato anche le cause del decesso, avvenuto nel 1994 in Spagna per overdose da stupefacenti.La polizia, che ha già diffuso alcune foto del loculo in cui è sepolto il corpo di Ghira, sta vagliando tuttora qualsiasi pista possibile per cercare ulteriori brandelli di verità in uno degli episodi più densi di mistero della cronaca nera italiana degli ultimi decenni.
Scettiche alcune persone vicine al caso tra cui Donatella Colasanti, l’unica superstite di questa crudele storia, che insiste sulla falsità della scoperta, certa della latitanza di Ghira nella nostra capitale.
Recentemente l’inchiesta sul favoreggiamento di Ghira, affidata al procuratore aggiunto Italo Ormanni e al sostituto Giuseppe De Falco, era giunta a una svolta grazie alla ricostruzione al computer del viso del ricercato da parte degli esperti del Dac, il laboratorio anticrimine della polizia. E grazie al sequestro di alcuni dati negli appartamenti dei parenti, che, dopo vari interrogatori, hanno collaborato al ritrovamento di Ghira. Condannato all’ergastolo, come il suo complice Angelo Izzo, diversamente da Gianni Guido, il terzo che aveva preso parte al massacro con ruolo marginale, e condannato pertanto a 24 anni di reclusione.
Andrea Ghira proveniva da un’ agiata famiglia di costruttori. Quando, il 30 settembre del 1975, mise in atto il massacro del Circeo con Izzo e Guido, era uscito di prigione da soli tre mesi. Nel 1970 era già stato arrestato dalla polizia per manifestazione sediziosa e due anni dopo per minaccia a mano armata e lesioni aggravate. Nel 1973 fu arrestato per rapina e violazione di domicilio e fu condannato a cinque anni.
Gli avvenimenti della villa del Circeo occuparono per molto tempo le prime pagine dei giornali, sia per l’efferatezza del massacro compiuto da giovani rampolli della Roma bene, sia per il coraggio della Colasanti, che s’impegnò per l’arresto dei suoi aguzzini. Sorte non riservata all’amica Rosaria Lopez, trovata morta la notte del 1 ottobre 1975, avvolta in una busta di plastica trasparente nel bagagliaio di una Fiat 127, parcheggiata in Via Pola a Roma. Donatella Colasanti ancora viva, benché in stato di choc, giaceva seminuda e sanguinante al fianco dell’amica.
Le due giovani donne erano state protagoniste della crudeltà dei giovani, che le avevano sequestrate, seviziate, stuprate e percosse fino alla morte in una villa di proprietà di Ghira, conosciuto alcuni giorni prima. Il 29 Settembre 1975, Izzo e Guido, avevano proposto una gita a Lavinio nella villa di un amico. A causa dell’assenza del proprietario, optarono per un’altra villa, quella di Ghira al Circeo. Avvertito quest’ultimo, che aveva procurato delle anfetamine e altri stupefacenti per la serata, Izzo e Guido accompagnarono le ragazze e le rinchiusero, sotto la minaccia di una pistola, in bagno. Nell’avvicendarsi di Izzo e Guido, le ragazze furono costrette a umilianti azioni, senza arrivare alla violenza carnale. All’arrivo di Ghira, presentatosi con lo pseudonimo di Jacques Berenguer, il criminale marsigliese che, nell'aprile del 1975, aveva portato a segno a Roma una serie di sequestri a scopo di estorsione, la situazione precipitò sfociando nell’omicidio della Lopez. Sarebbe toccata la stessa sorte alla Colasanti, se non avesse avuto il coraggio di fingersi morta. I tre, sovreccitati dalla droga, dal sesso e dal sangue, abbandonarono le donne nel bagaglio della 127, dove furono ritrovate dai Carabinieri.
Angelo Izzo e Gianni Guido furono fermati e arrestati la notte stessa. Andrea Ghira, invece, fece sparire subito le sue tracce, che forse solo oggi, dopo 30 anni, sono state ritrovate. di Bruno Tripodi

 

 

 

 

Torino - Il processo per la morte del piccolo Samuele Lorenzi è ripreso in sede di Corte d’appello, Anna Maria Franzoni, rimane l’unica sospettata dell’omicidio del figlio avvenuto il 30 gennaio 2002. L’avvocato Taormina, che difende la Franzoni torna a ripetere “il killer di Cogne ha avuto cinque minuti e dieci secondi di tempo per uccidere Samuele Lorenzi, come è emerso da una simulazione realizzata dal mio staff”. E Taormina, che si dice fiducioso di riuscire a provare l’innocenza della donna ha diffuso un video ricostruendo le possibile mosse di un ipotetico assassino. Il video dimostra che chiunque poteva nascondersi dietro la casa e introdursi per uccidere il bambino senza essere visto e in soli cinque minuti. Il video è stato trasmesso anche dalle emittenti televisive, poiché per la prima volta il processo si svolge a porte aperte con la presenza della Franzoni in qualità di testimone.  Tante le polemiche, anche perché la parte dell’ipotetico assassino è stata interpretata dal marito. Il filmato girato dai carabinieri, riprende quello che in ambienti difensivi viene definito il «piano di calpestio», il pavimento, dove fu commesso il delitto. Le immagini sono ritenute importanti da Taormina, perchè girate, il giorno stesso del delitto, prima che i militari facessero entrare nella stanza la testimone principale, la psichiatra Ada Satragni. Il video è stato mostrato ai giudici, per la prima volta, durante l'inchiesta Cogne bis, per Taormina resta uno degli elementi portanti della difesa che potrebbero portare all'assoluzione di Anna Maria. La Corte potrebbe accettare tutte o almeno parte delle richieste della difesa, scaturite dalla presentazione di questo filmato. A questo punto, ci sarebbe un rinvio del processo anche per attendere gli esiti del procedimento 'Cogne bis' previsti per la fine del mese. Come seconda ipotesi la Corte potrebbe rigettare le richieste della difesa e decidere di proseguire il processo. In tal caso, ma sembra l'ipotesi meno probabile, la sentenza potrebbe arrivare in pochi giorni. Terzo scenario: si potrebbe decidere di riaprire il processo con la presentazione di nuove prove, incluse quelle del 'Cogne bis'. In questo caso, il processo slitterebbe di almeno un paio di mesi. E qualora i giudici dovessero confermare la decisione dei colleghi di primo grado e convalidare la condanna a trent'anni alla Franzoni per l'omicidio del piccolo Samuele, la sentenza non sarebbe comunque esecutiva. Manca infatti il terzo grado din giudizio, quello della Cassazione, solo dopo sarebbe tutto forse finalmente finito. da Torino, Bruno Tripodi

 

Torino – Il processo Cogne è ormai ufficialmente una maratona giudiziaria. Gli spettatori raggiungono le porte del tribunale della Cassazione sin dalle prime luci del mattino pur di assistere alle udienze. Il dibattito valuta la necessità di una nuova perizia psichiatrica chiesta dai giudici della Corte, che hanno respinto un’istanza dell’avvocato Taormina che difende Annamaria Franzoni. La donna accusata di aver ucciso, quattro anni fa, il figlio Samuele. Nell’udienza del 19 dicembre la Corte conferirà ad un esperto tedesco una nuova perizia sulle macchie di sangue ritrovate nella stanza del delitto. Sarà una commissione di quattro esperti (Gaetano De Leo professore ordinario di Psicologia giuridica e sociale dell'Università di Bergamo, Ivan Galliani professore associato di Criminologia e difesa sociale dell'Università di Modena, Franco Freilone, specialista in Psichiatria all'Università di Torino e Giovanni Battista Traverso professore di Psicopatologia forense dell'Università di Siena) che in novanta giorni dovranno valutare la personalità di Annamaria Franzoni. Sono stati attaccati in aula dallo stesso Taormina. La dona, in un primo momento, non sembrava esser disponibile ad effettuare i nuovi esami, ma poi si è rassegnata a quanto ordinato dalla Corte. Per Taormina il lavoro degli specialisti sarebbe una semplice perizia psicologica, inammissibile nel nostro ordinamento e afferma con forza: «la perizia è illegale e rovescia la logica giudiziaria». Ma per i giudici rimangono i dubbi sul test che al processo di primo grado stabilì la donna sana di mente. Del resto, lo stesso Taormina, nel ricorso in Appello, riteneva opportuno un approfondimento. Polemiche sulla decisione di non ascoltare in aula la psichiatra Ada Satragni, la prima persona a giungere sul luogo del delitto. La donna che prestò le prime cure a Samuele e che parlò di aneurisma e che per Taormina sarebbe una testimone favorevole alla sua assistita. Taormina intanto attacca i periti. di Giovanna Votano

 

 

 

Roma - Il mistero di Emanuela Orlandi, Dopo aver riaperto la tomba di Renatino De Pedis e aver riaperto anche la scatola di tutti i misteri di Italia : da Marcinkus a Calò, a Calvi, ai lupi grigi. Si scopre che tutto é da rifare. La tomba, chissà perché era stata già aperta (ma nessuno lo sapeva !) nel 2005, anno in cui c'é stata una ristrutturazione dell'intera basilica dell'Opus Dei di San'Apollinare. Di conseguenza da allora è cambiato tutto; se c'erano le ossa di Emanuela, potrebbero non esserci più e se non c'erano non é dimostrabile più. Infinito il vortice di ipotesi e rivendicazioni di sigle criminali, intrecci con l'attentato a Wojtyla e il crac Ambrosiano-Ior.Chiamato in causa direttamente il cardinale Re. Era stata una telefonata anonima alla trasmissione "Chi l'ha visto?" che invitò a controllare chi fosse sepolto a Sant'Apollinare per scoprire la verità sulla scomparsa di Emanuela. Gli esperti della sezione antropologica dell'Ert (Esperti ricerche tracce) e la squadra dei geologi forensi, stanno adesso valutando con criteri severissimi le ossa, che dovrebbero risalire tutte a prima dell'editto napoleonico di St. Cloud (1806), celebrato ne "I Sepolcri" di Ugo Foscolo. L'editto proibiva che si seppellissero i cadaveri nei centri urbani, chiese comprese, soprattutto per questioni igieniche e per paura di pestilenze. Prima le ossa saranno divise in maschili e femminili, poi per età, quindi, saranno effettuate le analisi per datarne l'epoca e comparati con il Dna di Emanuela. Anche se probabilmente ci sono altri ambienti sconosciuti sotto il pavimento della centralissima chiesa di Roma, non indicati nelle cartine ricevute dagli inquirenti. Proprio accanto alla chiesa dove era stato seppellito Renatino, Sant'Apollinare, Emanuela era stata notata per l'ultima volta da un vigile che tracciò l'identikit del giovane che stava con lei e che i n questura riconobbero subito De Pedis. di Ludovico Saraceni

 

Ritrovati i corpi di Ciccio e Tore, i fratelli scomparsi a Gravina

Gravina di Puglia - Sono stati ritrovati dentro una cisterna, in pieno centro cittadino, i corpi dei fratelli Pappalardi, Ciccio e Tore. Una caduta di 24 metri, in un pozzo, in cui nessuno poteva sentirli gridare o parlare. Il maggiore sarebbe caduto per primo, e si é fatto male alle gamba; Salvatore il minore gli sarebbe finito addosso. Il primo sarebbe morto per un'emorragia interna, il secondo per la fame e il freddo. Potrebbero essere caduti nel pozzo nel tentativo di sfuggire all'ira del padre. Per la procura rimangono ancora valide le accuse verso Filippo Pappalardi. La cui compagna adesso ripete "Era un ottimo padre". Ma intanto cade la testimonianza del ragazzo che aveva visto il padre sgridare i figli proprio la sera della loro scomparsa. Adesso il ragazzo dice di non essere più sicuro della data del litigo. Distrutta dal dolore, la madre dei due ragazzini. di Giovanna Votano


Gravina - Francesco e Salvatore Pappalardi, 13 e 11 anni, sono stati ritrovati morti in un pozzo nei pressi di Gravina di Puglia. La loro scomparsa risale al 5 giugno 2006, da questa data nessuna notizia fino a quando, un bambino di 13 anni, caduto accidentalmente in un pozzo mentre giocava con gli amici è stato salvato da dei soccorritori che hanno intravisto dei resti umani. Francesco è caduto per primo, Salvatore si è calato là sotto per soccorrerlo,e, non ha perso tempo: lo ha spostato, trascinato al centro di quella cisterna buia e melmosa, gli ha slacciato i vestiti, gli ha tolto le scarpe mettendole da parte, ha fatto il possibile per aiutarlo ed è rimasto accanto a lui, morto dissanguato dopo qualche ora. Lui, invece, è sopravissuto per almeno tre ore: ha tentato in qualche modo di risalire, e quando ha capito che non c’era niente da fare si è lasciato andare e si è rannicchiato con il pollice in bocca, in attesa di un soccorso che non è mai arrivato. Francesco è morto a causa delle numerose fratture e a grosse perdite di sangue, mentre, Salvatore aveva una lieve frattura al piede, ed è morto di fame e di freddo. È questa la ricostruzione emersa dagli esami medico legali e dai sopralluoghi della polizia. Nelle tasche di Ciccio, è stato ritrovato un palloncino rosa che conferma, la testimonianza di tre ragazzini che dissero alla polizia di aver giocato, con i fratellini la sera della scomparsa, lanciandosi palloncini pieni d’acqua. Uno di questi ragazzi, aveva detto alla polizia di aver visto Ciccio e Tore entrare nella macchina del padre, e, di aver ricevuto un rimprovero dal padre stesso per aver bagnato i figli. È stato accusato di omicidio il padre dei fratellini, di Angela Marasco

 

 

Gravina di Puglia - E' stato eseguito nella notte l'arresto di Filippo Pappalardi. E' accusato della morte dei suoi due figli, Francesco e Salvatore (13 e 11 anni), scomparsi la sera del 5 giugno 2006. Li avrebbe uccisi la sera stessa della loro scomparsa. Per il procuratore, "non sono morti per opera di un demonio ma per mano del padre, li ha ucciso e ha nascosto i cadaveri". E ancora, il procuratore ha aggiunto "era un padre che sapeva essere violento e nella serata del 5 giugno 2006, voleva dare una lezione ai suoi figli, che erano in punizione, perché avevano tardato e si erano bagnati giocando con un amico".

Ma Pappalardi ripete, "sono innocente. I miei figli sono vivi e stanno bene. Tra due giorni esco". Pappalardi sarebbe stato incastrato da alcune interrcettazioni ambientali tra lui e la sua convivente, in cui avrebbe detto, "Non dire dove stanno" e ancora "Non lo dire a nessuno dove stanno i bambini. Come è vero Iddio, mi uccido". Nei confronti della convivente si ipotizza il reato di maltrattamento dei due ragazzi, ma Pappalardi avrebbe agito da solo. Alle 21,30, arrabbiato per il ritardo dei bambini, li avrebbe rintracciati in piazza delle Quattro Fontane, nel centro storico di Gravina, dove stavano giocando con le pistole ad acqua. Da quel momento i bambini scompaiono. da Gravina, Giampaolo Scardella

 

Bari – Francesco e Salvatore Pappalardi, i due fratellini di 13 e 11 anni scomparsi a Gravina in Puglia nel giugno del 2006, sarebbero stati uccisi dal padre per una punizione. Era la sera del 5 giugno del 2006 quando il padre andò a cercare i due fratellini che non erano ancora rientrati a casa. Come testimoniato da un loro coetaneo, il padre li trovò in piazza mentre giocavano. Sono scomparsi dopo essere saliti in macchina con lui. I rapporti in famiglia, con la matrigna, non erano tra i migliori. Per esser rincasati tardi la sera, i  fratellini erano picchiati e messi in punizione. La sera della scomparsa, l’essere usciti senza il consenso del padre, avrebbe provocato nel padre una rabbia tale da potarlo ad ucciderli e a nascondere i corpi dei due. Accusato di sequestro di persona, duplice omicidio aggravato e occultamento dei cadeveri, Pappalardi si dichiara innocente e sostiene che i suoi figli sono ancora vivi. Purtroppo i corpi dei due bambini non sono ancora stati ritrovati. di Valentina Violi

 

Omicidio Fortugno : la verità dall'esame di tabulati telefonici

 

Locri - Nuovi indizi sono stati forniti per l’inchiesta sull’omicidio di Francesco Fortugno, il vicepresidente del Consiglio Regionale della Calabria, ucciso domenica 16 ottobre da sei colpi di pistola esplosi da due sicari, mentre usciva da un seggio delle elezioni primarie a Locri.  Dai tabulati telefonici, esaminati dalle forze dell’ordine, Fortugno avrebbe avuto ben trentuno colloqui con Pansera, genero del boss Giuseppe Morabito, noto agli inquirenti come “tiradritto”. Risultano telefonate, risalenti al 1996 e al 1999, con altri affiliati della cosca dei Morabito, Domenico Attinà e Leone Bruzzaniti. Ora l’attenzione della Magistratura è rivolta al settore sanitario, sull’appalto per la ristrutturazione dell’ospedale di Locri. Secondo l’opinione più diffusa, il delitto vuole essere un preciso monito per i rappresentanti al vertice del Consiglio Regionale. Di certo, l’episodio criminoso ha richiamato l’attenzione nazionale delle più alte cariche dello Stato sul problema  della mafia in generale, e della ‘ndrangheta in particolare, fenomeno che condanna la Calabria all’arretratezza.  Il Presidente della Repubblica, nel discorso tenuto ai giornalisti il 21 Ottobre, tra l’altro ha affermato: “La mia presenza vuole essere un atto doveroso alla figura di Francesco Fortugno, al suo impegno politico e civile”. Ciampi  ha incoraggiato i calabresi a sconfiggere la criminalità organizzata e  a non darsi per vinti. Non è mancato l’intervento del Ministro dell’Interno, Giuseppe Pisanu, il quale ha rassicurato tutti sulla presenza dello Stato in  Calabria.  “Questo delitto atroce - asserisce -  rende tragica l’immagine di una regione in cui la criminalità organizzata esercita incontrastata il proprio potere”. Anche gli studenti sono indignati: numerose  sono state le manifestazioni di protesta da parte dei giovani della Locride che hanno inneggiato al ricordo di Falcone e Borsellino. Ora affidano le loro speranze al neo-procuratore anti-mafia Piero Grasso. da Locri, Danila Zindato  

 

Spettacoli